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«Scuola che verrà»: Risposta alla Consultazione

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«Scuola che verrà»: Risposta alla Consultazione

L'atis ha risposto alla consultazione indetta dalla Divisione scuola del Dipartimento dell'Educazione, della Cultura e dello Sport del canton Ticino in merito alla riforma «La Scuola che verrà÷.

Il comitato dell’Associazione ticinese degli insegnanti di storia (Atis) ha esaminato con interesse il progetto di riforma “La scuola che verrà” e ha deciso di partecipare alla consultazione che scadrà alla fine del mese di marzo 2017, con l’auspicio che le considerazioni e i suggerimenti affidati a queste pagine possano fornire un contributo al dibattito e possano orientare le autorità scolastiche sia nell’apportare correttivi al progetto, sia nell’organizzare la sperimentazione della riforma.

Pur avendo esaminato il documento nella sua interezza, gli estensori di questo testo hanno concentrato le loro attenzioni su quegli aspetti di novità che interesseranno in particolare l’insegnamento della storia e della civica nelle scuole medie. Per queste ragioni si limiteranno le riflessioni all’insegnamento a blocchi, all’introduzione dei laboratori e ai contenuti disciplinari.

1. L’INSEGNAMENTO A BLOCCHI

All’interno dei membri di comitato non vi è unanimità di pareri sull’organizzazione dell’insegnamento della storia a blocchi come prospettato nel fascicolo “La scuola che verrà”.

Alcuni vedono un vantaggio in questa impostazione: intensificare con un pacchetto di quattro ore settimanali e in momenti circoscritti dell’anno scolastico le lezioni di storia permetterebbe di rendere più efficace l’apprendimento, di progettare attività articolate e, in definitiva, di perseguire meglio le finalità conoscitive e attitudinali che caratterizzano la materia.

I più temono invece che le interruzioni dell’insegnamento per diverse settimane abbia ricadute negative sull’efficacia didattica: gli allievi dimenticherebbero facilmente quanto si è svolto ed esercitato e perderebbero il contatto con le pratiche della didattica disciplinare. Ritengono anche che questa modalità didattica, già presente nell’organizzazione degli studi universitari, sia troppo precoce per allievi delle scuole medie, che faticano spesso a organizzarsi e che dovrebbero destreggiarsi sia con un doppio orario settimanale sia una molteplicità di forme e di approcci didattici.

Altri sono preoccupati che nell’immaginario degli allievi venga a crearsi una gerarchia tra le discipline di studio: quelle il cui insegnamento non è impartito con continuità potrebbero essere giudicate di secondaria importanza.

Si suggerisce quindi, nel momento in cui si procederà alla sperimentazione dell’insegnamento a blocchi, di organizzare anche un efficace monitoraggio e soprattutto di coinvolgere nella valutazione, oltre agli allievi, gli esperti di materia e i docenti interessati. E, qualora gli esiti non fossero quelli sperati, di avere il coraggio di fare un passo indietro.

2. IL LABORATORIO DI STORIA

Il comitato dell’Atis apprezza unanimemente l’idea di introdurre il laboratorio di storia. Si tratta di uno spazio nuovo per la nostra disciplina, che riscuote il giudizio molto positivo dei docenti che da tempo sperimentano questa pratica.

Tuttavia, la formula del laboratorio proposta nel documento dipartimentale (3 gruppi ogni 2 classi affidati a docenti diversi), dettata presumibilmente da condizionamenti di natura finanziaria, appare inadatta, macchinosa e difficile da applicare. Il numero di allievi sarebbe comunque troppo elevato per attività laboratoriali efficaci e soprattutto verrebbe a mancare la continuità didattica dei discenti con il loro docente. Sarebbe anche difficile realizzare, nelle attuali condizioni di lavoro, le necessarie sintonie progettuali tra i diversi insegnanti responsabili dei gruppi.

Coerentemente con le esperienze da anni praticate, l’Atis raccomanda di istituire dei “veri” laboratori, formati da due gruppi per ogni classe e guidati dal docente titolare. Qualora difettassero le risorse finanziarie, si potrebbe ipotizzarne l’introduzione solo in uno dei due bienni di scuola media.

A parere del comitato dell’Atis vi è anche una sproporzione tra il numero di ore destinate alle lezioni e quello previsto per i laboratori, che nel progetto dipartimentale è paritario: due ore settimanali per entrambe le forme didattiche. Questo rapporto è eccessivamente sbilanciato verso le attività laboratoriali, tenuto conto anche di quanto è praticato nelle discipline in cui tale pratica è prevista. Sarebbe più ragionevole una proporzione di due ore di lezione a classe intera e una di laboratorio con metà classe. I motivi di questa proposta saranno argomentati nel prossimo capitolo in cui si riflette sulla dotazione oraria e i contenuti dell’insegnamento. Qui ci si limita a sottoporre la seguente ipotesi di sperimentazione, che mira a conciliare la pratica del laboratorio con un insegnamento annuale della storia in luogo di quello a blocchi prospettato dalla riforma.

Si suggerisce di valutare e in seguito sperimentare l’ipotesi di un insegnamento della storia, impartito, come ora, sull’intero anno scolastico, alternando due settimane di lezioni “normali” (ciascuna di due ore-lezione con l’intera classe) e una settimana di laboratorio (due ore-lezione con metà classe). Per l’organizzazione dell’orario settimanale, il laboratorio di storia dovrebbe naturalmente sovrapporsi a quello di un’altra materia (come avviene oggi con i laboratori di scienze e di italiano). Si condivide in questa direzione la proposta formulata nel documento di risposta alla consultazione dell’OCST, laddove chiede di “prevedere nella griglia oraria settimanale degli allievi due ore fisse di laboratorio, da condividere ogni settimana da una coppia di discipline diverse a rotazione settimanale”.

3. LA DOTAZIONE ORARIA E I CONTENUTI DELL’INSEGNAMENTO

Sebbene nel progetto di riforma si garantisca che le discipline di studio non subiranno riduzioni della loro dotazione oraria annuale, il comitato dell’Atis nutre tuttavia una certa preoccupazione riguardante la distribuzione e l’allocazione delle ore secondo le diverse forme didattiche (per la storia: le lezioni, il laboratorio, le settimane progetto).

In particolare si valuta negativamente la considerevole contrazione di ore (rispetto a quanto si pratica oggi) che il docente destina alle lezioni, durante le quali propone agli allievi un corso e dei contenuti strutturati, affidando invece (o soprattutto) al laboratorio altri tipi di attività, approfondimenti ed esercitazioni, ma non la trattazione di nuovi argomenti storiografici.

Si può quindi ipotizzare, facendo astrazione delle settimane progetto (il cui numero comunque appare troppo elevato), che durante un anno scolastico un allievo frequenterà tre momenti formativi di storia di cinque settimane ognuno. In ogni blocco saranno impartite dieci ore di lezione all’intera classe e altre dieci di laboratorio con gruppi a effettivi ridotti (ogni 2 classi, 3 gruppi) e non necessariamente con il docente titolare. Dopo questo primo blocco l’allievo dovrà attendere sette settimane prima di frequentare il secondo modulo e altrettanto dovrà fare per l’ultimo. In totale seguirà 60 ore: 30 di lezione e 30 di laboratorio. Oggi la dotazione annuale per la storia ammonta a 72 ore di lezione per il primo, il secondo e il quarto anno e a 90 ore per il terzo.

Una simile organizzazione dello studio comporterà presumibilmente il fatto che sull’arco di un anno scolastico il docente dovrà identificare solo tre argomenti, ognuno dei quali andrà sviluppato, in sintonia con le pratiche laboratoriali, e concluso allo scadere del modulo.

Il laboratorio, così come è pensato nel progetto, rappresenta una novità importante per l’insegnamento della storia, ma si dovrà anche rapidamente decidere come riempire questo spazio, quali saranno i contenuti, le attività, le esercitazioni che lo qualificheranno.

Alla luce quindi delle novità prospettate dalla riforma e prima di dare corso alla fase di sperimentazione, sarà necessario chinarsi sui contenuti dell’insegnamento della storia. Occorrerà riconsiderare in modo radicale quanto è disposto nel Piano di formazione del 2004 e riflettere sulle indicazioni del nuovo Piano di studio, che sta progressivamente entrando in vigore.

Quest’ultima considerazione rimanda all’aspetto che maggiormente inquieta l’Associazione ticinese degli insegnanti di storia. A differenza della maggior parte delle materie, la storia sta subendo negli ultimi anni forti pressioni affinché siano imposti dall’esterno i contenuti da dare alla disciplina. L’introduzione per via referendaria di una civica destoricizzata ne è solo l’ultimo esempio.

In quest’ottica, preoccupa la pressoché completa assenza di temi e contenuti disciplinari nel nuovo Piano di studio della scuola dell’obbligo ticinese, già operativo nell’ambito dell’Accordo intercantonale HarmoS. Si tratta di una scelta degli estensori che sta mettendo in difficoltà i docenti, smarriti di fronte a questa assenza. Si pensi, a titolo d’esempio, che indicazioni di contenuto, anche piuttosto dettagliate, sono formulate invece negli omologhi Lehrplan 21 e Plan d’études romand (PER).

Alla luce delle riflessioni e delle preoccupazioni precedenti si ritiene dunque opinabile la scelta di porre gli accenti quasi esclusivamente su processi, ambiti e traguardi di competenza, senza proporre parallelamente un percorso storico coerente e unitario. Non si corre così il rischio di incorrere nella disorganicità del sapere storico, concepito solo come funzionale allo sviluppo di processi e di competenze, ma che perderebbe valore in sé? Non si sta mancando l’opportunità di riconsiderare e rinnovare i contenuti dell’insegnamento della storia, di riformularli, non in termini di indicazioni rigide e prescrittive, ma alla luce delle riflessioni storiografiche e didattiche più aggiornate e accreditate? Questo “vuoto” non alimenterebbe, inoltre, la tendenza ad autorizzare entità esterne al mondo della scuola a dettare, anche in modo dettagliato, i contenuti dell’insegnamento della storia?                                              

Il comitato dell’Atis raccomanda caldamente che nel previsto documento B, complementare al nuovo Piano di studio, che ospiterà percorsi didattici esemplificativi, figurino anche delle indicazioni relative perlomeno ai grandi contesti e ai temi imprescindibili attorno ai quali declinare un sapere storico aggiornato, critico e adeguato all’età degli allievi della scolarità obbligatoria; indicazioni che sappiano anche orientare con maggior precisione le attività di progettazione e di programmazione dei docenti.

CONCLUSIONI

Per l’insegnamento della storia, le riforme proposte dal progetto «La scuola che verrà» presentano aspetti che possono essere salutati positivamente, su tutte l’introduzione del laboratorio di storia; altri elementi, come l’insegnamento a blocchi, vanno invece sottoposti a una sperimentazione seria e accurata.

Il comitato dell’Atis ritiene comunque fondamentale che le linee di riforma non vadano a detrimento dell’essenza stessa della disciplina. La prevista decurtazione delle ore di lezione, l’assenza nel Piano di studio di contenuti disciplinari e di riferimenti a un canone storiografico e a un impianto generale entro cui collocare la narrazione storiografica, unitamente alle pressioni che gravano sulla disciplina (si veda l’iniziativa per promuovere una didattica destoricizzata della civica) rischiano seriamente di indebolire e svilire il valore formativo dell’insegnamento della storia.

E tutto ciò avviene in un periodo in cui molti storici e intellettuali sostengono la necessità di recuperare una visione critica e di lungo periodo delle vicende umane e lamentano gli effetti negativi di una formazione fondata in gran parte sull’utilità e le immediatezze del presente e caratterizzata da rapporti sempre più labili con i processi del passato e del divenire storico.

A tale proposito sono molto significative le riflessioni di Piero Bevilacqua, ordinario di storia contemporanea alla “Sapienza” di Roma. Con le sue parole si conclude anche questo testo al quale sono affidate le osservazioni e le proposte relative a “La scuola che verrà”.

“Sembra, infatti, sempre più, che l’imperativo cui le nuove generazioni debbono assoggettarsi sia non la conoscenza, ma l’informazione, non la costruzione di sé, cognitiva ed etica, ma il possesso di tecniche strumentali, immediatamente spendibili per un fine operativamente utile. La scuola «si deve aggiornare», la scuola deve «stare al passo con la società», deve «servire allo sviluppo». […] La capacità di guardare disinteressatamente al passato, di interpretare il presente come esito di uno svolgimento, di concepire una pluralità di mondi possibili – dimensioni del conoscere che la storia è in grado di fornire – rischia di essere cancellata dalla pressione formidabile che da ogni parte si esercita sulla mente dei contemporanei: una forma insensata di assoggettamento di ogni atomo vivente sulla terra agli obblighi della crescita economica, della «creazione di valore». Un utilitarismo cieco e totalitario – anche quando si camuffa di modi ragionevoli e moderni – sembra voler imporre il suo unico fine a ogni forma della ricerca, della conoscenza, della formazione, della vita spirituale. […] E la storia, proprio la storia, inutilizzabile nel processo di produzione, che non dà luogo a merci, che si occupa di ciò che non è più producibile, è certamente una delle poche discipline in grado di mostrare il carattere transeunte, storico per l’appunto, delle ossessioni del nostro tempo, e insieme la straordinaria molteplicità di fini, ideali e passioni che ha mosso gli uomini da quando esistono su questa terra. Essa può continuare a dirci ciò che gli uomini sono stati e ciò che potrebbero essere, rispetto a quello che oggi sono. […] Il più inutile dei saperi impartiti dalla scuola, il meno adatto a servire le stringenti necessità dell’economia, è il più esposto alla linea del fuoco. L’avanguardia che potrebbe capitolare per prima. Ma è anche il sapere che meglio di tutti gli altri, forse, può lanciare l’allarme, custodire la memoria di ciò che siamo stati prima che essa sia perduta per sempre, mostrarci all’orizzonte un altro possibile approdo” [1]. 

Si ringraziano in anticipo i destinatari per l’attenzione e la considerazione che sapranno loro accordare. 

Il comitato dell’Associazione ticinese degli insegnanti di storia

Maurizio Binaghi, Massimo Chiaruttini, Giovanni Benzoni, Francesco Candolfi, Sonia Castro Mallamaci, Claudia De Gasparo, Francesco Hefti, Alessandro Frigeri, Saffia Shaukat, Manolo Pellegrini, Flavio Maggi, Rosario Talarico, Francesca Tognina Moretti.

[1] Piero Bevilacqua, Sull’inutilità della storia per l’avvenire delle nostre scuole, Roma, Donzelli editore 2003, pp. VIII e XX.

 

 

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Atis - Informazioni generali

L'Atis, Associazione ticinese insegnanti di storia, è nata il 2 ottobre 2003 con l'obiettivo di riunire i docenti di storia della Svizzera italiana di tutti i gradi di scuola.

L'Associazione promuove la riflessione e il dibattito sull'insegnamento della storia e sulle diverse correnti storiografiche.

Difende la professionalità dell'insegnante di storia nell'ambito di una scuola sempre più messa sotto pressione dalle esigenze di una società dominata dalle leggi del rendimento economico.

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