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La mediazione

L'insegnamento come mediazione

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L'insegnamento come mediazione
Gli studenti, come viene rimproverato loro dai professori, sono spesso altrove. […] Se voglio sperare nella loro piena presenza, devo aiutarli a calarsi nella mia lezione. Come riuscirci? E’ qualcosa che si impara, soprattutto sul campo, col tempo. Una sola certezza, la presenza dei miei allievi dipende strettamente dalla mia: dal mio essere presente nell’intera classe e a ogni individuo in particolare, dalla mia presenza alla mia materia, dalla mia presenza fisica e intellettuale e mentale, per i cinquantacinque minuti in cui durerà la mia lezione.
D. Pennac, Diario di Scuola. Milano, Feltrinelli, 2008.

Tra la storia come disciplina e l’insegnamento della storia vi è, come dire, un salto. La storia si forma come disciplina con le sue regole e non è organizzata con criteri funzionali all’apprendimento, l’insegnamento della storia invece ha bisogno di trovare all’interno della disciplina degli elementi formativi da trasmettere e da insegnare. Risulta evidente a chiunque abbia esperienza di insegnamento che, oggi più che mai, non si può pretendere di insegnare trasmettendo contenuti, senza preoccuparsi di come questi contenuti vengono trasmessi e compresi.

 
E’ essenziale dunque introdurre il discorso della mediazione tra la disciplina storia, delimitata dai contenuti dei piani di studio, e materia storia insegnata: il problema cioè si pone su come trasformare i contenuti della materia in conoscenza per l’allievo. A questo proposito è necessario sgombrare il campo da alcune semplici conclusioni che il discorso della mediazione efficace può condurre. 
 
La prima conclusione si basa sull’assunto che ci sia apprendimento solo quando una nuova conoscenza modifica i modelli di comportamento cognitivi, la conoscenza esiste dunque quando viene costruita attivamente dall’allievo e non assorbita in modo passivo. Questo assunto determina spesso la condanna unilaterale della lezione frontale a vantaggio di altre modalità di insegnamento. Tale censura mette in crisi il giovane docente che, formato come studente sulla lezione frontale, non ha altri modelli su cui riferirsi.
 
La seconda conclusione proviene invece dal principio che l’attività di mediazione è condizionata in modo preponderante dalle capacità del docente di stimolare l’apprendimento degli studenti partendo dalle loro stesse esigenze e abilità: portando la materia nella sua realtà, lo studente sarà più facilmente stimolato e coinvolto dalla materia. Questo principio determina un secondo fraintendimento: la credenza che si possa, stimolando sempre lo studente, appassionarlo alla disciplina e, in questo modo, ridurre lo sforzo e la fatica dello studiare. Questo equivoco può condurre il giovane docente a considerare un errore didattico la costrizione e l’imposizione allo studio.
 
Pur non negando la veridicità dei due assunti precedenti, in una pratica didattica efficace la lezione frontale può essere uno strumento efficace ed essenziale per trasmettere concetti e sintesi complessi, soprattutto in un ambiente scolastico dove, di fronte ad un numero molto alto di allievi e ad una griglia oraria ridotta a poche ore settimanali, il lavoro sistematico sul singolo studente è praticamente impossibile. Inoltre, sebbene sia essenziale cercare di stimolare e di proporre una lezione più interessante possibile, credo che non vada dimenticata, specialmente in una scuola post-obbligatoria come il liceo, la fatica dello studiare. La riuscita di una lezione non è determinata solo dalla capacità del docente di stimolare gli allievi, ma da situazioni contingenti (le problematiche sociali o emotive dei singoli ragazzi, e, perché no, l’ora in cui si svolge la lezione, il clima e la meteorologia) e dalla volontà stessa degli studenti di affrontare lo sforzo dell’apprendimento, in classe e a casa. 
 

Insegnare vuol dire in fondo confluire in un unico obiettivo due tipi diversi di fatica: lo sforzo dell’insegnante, impegnato a trasmettere la sua disciplina, e la fatica dello studente, impegnato ad apprendere.

 

E’ evidente che l’uno o l’altro possono variare da docente a docente, da studente a studente. Ma queste sono condizioni imprescindibili che ogni didattica non potrà mai colmare del tutto. E’ essenziale, in questo contesto, la capacità del docente, oltre a trasmettere le conoscenze, nel far accettare la fatica. E, in questo ambito, se vuole superare una concezione utilitaristica dell’impegno scolastico legata al semplice spauracchio della valutazione, è essenziale che il docente dimostri alcune abilità. 

L’insegnante ha l’obbligo iniziale della chiarezza, cioè, nel limite del possibile, far capire cosa si studia e perché è importante studiarlo, dichiarando con chiarezza gli obiettivi, in modo che gli studenti percepiscano che la fatica che stanno facendo ha una ragione. Questa capacità di chiarezza è legata strettamente sia all’autorevolezza del docente, cioè alla capacità riconosciuta dallo studente di muoversi con sicurezza all’interno della disciplina, sia alla progettazione didattica, cioè alla scelta all’interno della disciplina di elementi che reputa più idonei e importanti ad essere trasmessi. L’insieme di questi elementi, una miscela molto difficile da raggiungere, permette di dare un senso alle attività svolte, in modo che, come scrive il ricercatore francese Gérard de Vecchi,

lo studente sia presente e che trovi interesse per il sapere affrontato

La presenza attiva e cosciente degli allievi in classe è determinata dalla seconda abilità che l’insegnante deve impadronirsi: la capacità di entrare in relazione con gli studenti, di instaurare una comunicazione emotiva con la classe2. Ho appreso che, per funzionare, una lezione deve svolgersi in un ambiente sereno dove esiste una fiducia tra studente e docente. Lo studente ha bisogno di sapere che, pur avendo ruoli diversi e ben distinti, si sta svolgendo una comunicazione tra persone che si parlano e si ascoltano. Questa fiducia si conquista grazie alla capacità di ascoltare la classe nel suo insieme. La capacità di ascoltare porta il docente a variare la strategia e le proposte di lavoro, ma anche a entrare in relazione positiva con gli studenti e a sostenerli nel loro percorso.

La riconoscenza dell’allievo come essere umano in fase evolutiva che sta intraprendendo un percorso nella società è un elemento essenziale per una materia come la storia, in quanto, per i temi trattati e per il metodo d’insegnamento usato, ha un importante valore formativo.

 

 

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Atis - Informazioni generali

L'Atis, Associazione ticinese insegnanti di storia, è nata il 2 ottobre 2003 con l'obiettivo di riunire i docenti di storia della Svizzera italiana di tutti i gradi di scuola.

L'Associazione promuove la riflessione e il dibattito sull'insegnamento della storia e sulle diverse correnti storiografiche.

Difende la professionalità dell'insegnante di storia nell'ambito di una scuola sempre più messa sotto pressione dalle esigenze di una società dominata dalle leggi del rendimento economico.

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