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La Svizzera e la Guerra: la guardia al confine

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La Svizzera e la Guerra: la guardia al confine

Documenti multimediali

Periodo della testimonianza:
Genere del video/audio:
Testimone/i:
Elvezio Binaghi, Maria Binaghi
Data dell'intervista:
marzo 1999

Elvezio Binaghi, nato nel 1910 a Monte (Valle di Muggio, Svizzera), si trova mobilitato sul confine italo-svizzero durante la seconda guerra mondiale. Il suo servizio attivo lo svolge sulle creste alpine a guardia delle frontiera svizzera in un territorio da secoli contrassegnato dal contrabbando: suoi sono gli incontri con staffette partigiane e rifugiati dopo l'8 settembre 1943.

L'intervista a Elvezio Binaghi può essere vista anche sul canale Youtube dell'atis: www.youtube.com/atistoria

La testimonianza

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Il contesto storico

Nell'agosto del 1939, e in particolare dopo la firma del patto di non aggressione fra Germania e Unione Sovietica (23 agosto), la guerra appariva ormai inevitabile. Ancora prima dell'invasione tedesca della Polonia (1 settembre), il 28 agosto 1939, il Consiglio federale ordinò tramite affissi la mobilitazione delle truppe per il presidio della frontiera (80'000 uomini) per il giorno successivo, poi, l'1 settembre, la mobilitazione generale per il 2 settembre.

I distaccamenti per la ricezione del materiale entrarono subito in servizio; 430'000 militari e 200'000 ausiliari fecero lo stesso il giorno seguente. Migliaia furono i mobilitati nel Canton Ticino. Truppe d’artiglieria, di fanteria e del genio furono incorporate in formazioni di montagna e di fortezza con il compito di fronteggiare un’eventuale aggressione lungo i 200 chilometri della frontiera che divide il Ticino dall’Italia: ponti, strade, sentieri alpini furono posti sotto controllo.

Le uniformi e i comportamenti militari diventarono presto familiari alla popolazione, perché i militi operavano immersi nella vita civile, a contatto con luoghi di tutti i giorni. L’allora tenente Augusto Rima ricordava che «la gran parte dei ticinesi portava i numeri dal 291 al 299, che distinguevano i battaglioni di frontiera distribuiti … nel Mendrisiotto nei settori che bloccavano gli accessi dei passi alpini di confine o quelli obbligati verso gli alpeggi». In un’altra occasione Rima scriveva che «eravamo ospitati, per mesi e mesi, sulla paglia, in baite, cascinali, stalle, stalloni e solai, scuole e palestre»..

Durante il servizio attivo (1939-45) si istaurò un sistema di mobilitazioni parziali (in totale 45) e di congedi personali dovuto alla necessità di ricambi, così come alla volontà di testare, semplificare e accelerare la chiamata delle truppe. Questo sistema aveva un duplice obiettivo: da un lato manteneva un numero costante di circa 120'000 uomini sotto le armi; dall’altro, grazie a una determinata percentuale di soldati in licenza, permetteva all'agricoltura, all'industria e al sistema politico-amministrativo di avere personale a sufficienza.

Il contesto geografico

La regione più meridionale della Svizzera, il Mendrisiotto, è da secoli terra di confine. Circondato dall’Italia, questo territorio è morfologicamente diviso in due. Una prima zona è dolce e collinare, segnata da due centri urbani come Mendrisio e Chiasso. Soprattutto Chiasso deve la sua fortuna alla frontiera, agli scambi doganali tra Italia e Svizzera, e al conseguente sviluppo delle linee di comunicazione internazionali. Una seconda zona invece è aspra e montagnosa, la Valle di Muggio, e si inerpica nel solco del fiume Breggia fino al Monte Generoso. L’economia è essenzialmente pastorizia e agricola. Il confine, in quest’ambito, è un’entità astratta, rappresentato da semplici cippi di pietra tra gli alpeggi. Proprio per questo, la Valle per secoli ha tratto parte della sua esistenza dal contrabbando, spesso l’unico mezzo valido di sussistenza per la popolazione. Questa vocazione al contrabbando fu sfruttata durante la seconda guerra mondiale da staffette partigiane, da rifugiati disperati e da passatori senza scrupoli.

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(1) I luoghi della mobilitazione di Elvezio Binaghi (Castel San Pietro, Monte Generoso, Monte Tamaro)
(2) Un semplice cippo di pietra che divide, in molte parti della valle di Muggio, l'Italia dalla Svizzera.

 Il racconto di Elvezio Binaghi

Inizia qui il racconto di Elvezio Binaghi di Monte (Valle di Muggio), mobilitato il 29 agosto 1939 e rimasto in servizio attivo fino al 1945 a guardia del confine svizzero.

Elvezio Binaghi, nato il 26 ottobre del 1910, aveva frequentato il ginnasio di Mendrisio e un istituto commerciale a San Gallo. Alla vigilia della guerra lavorava in una casa di spedizioni di Chiasso. Come molti altri abitanti di valli alpine affiancava all’attività commerciale il lavoro agricolo, che prevedeva – spesso all’alba o al tramonto – la cura dei campi, la pulizia dei boschi e l’allevamento.

Pur continuando a spostarsi tutti i giorni in bicicletta sul posto di lavoro, a soli 22 anni era entrato nel municipio del suo villaggio natale, mentre a 26, il 25 marzo 1936, fu eletto sindaco (carica che manterrà per ben 52 anni). Questa ascesa politica in giovane età era una diretta conseguenza della crisi economica degli anni trenta che aveva svuotato le valli della popolazione maschile: costretti all’emigrazione gli uomini avevano lascito nei villaggi le donne, i bambini e i giovani diplomati, immediatamente cooptati dai partiti per riempire le cariche politiche. Come racconta il testimone, tutti gli emigranti saranno costretti a tornare ai loro villaggi alla fine di agosto del 1939 per essere mobilitati.

Incorporato nella Compagnia V 291 per la copertura della frontiera, Binaghi fu allarmato da un comunicato radiofonico la sera del 28 agosto 1939. Presentatosi alle armi la mattina successiva, fu inviato a presidiare il ponte di Castel San Pietro. In seguito fu trasferito, sempre con compiti di guardia di confine, sul Monte Generoso e, infine, sul Monte Tamaro.

In totale, tra il 29 agosto 1939 e l’8 maggio 1945, prestò 542 giorni di servizio attivo. Nel corso della guerra gli furono concesse numerose licenze, necessarie per l’adempimento delle sue funzioni di sindaco, gerente dell’ufficio comunale dell’economia di guerra e giudice di pace. Tra i giorni di licenza, però, non vanno dimenticati quelli per il suo matrimonio (il 20 gennaio 1940) e per la nascita di tre dei suoi cinque figli.

I partigiani e i rifugiati

Il 25 giugno 1943 cadde il governo Mussolini, il 3 settembre il nuovo governo Badoglio firmò con gli angloamericani un armistizio, l’8 settembre la notizia fu comunicata dalla radio alla nazione. Nei giorni successivi i tedeschi occuparono i centri vitali dell’Italia. I reparti militari, rimasti senza ordini, erano allo sbando: anche le guardie di confine si dileguarono. Si stima che una settimana dopo la data dell’armistizio più di 10'000 soldati si riversarono nel Canton Ticino da un confine che non esisteva più. Accanto ai militari, furono migliaia i civili in fuga per motivi politici e razziali. Tra di essi, una parte importante erano ebrei (circa 5'500).

Per fermare l’esodo, i tedeschi e i loro alleati della Repubblica sociale occuparono la frontiera e, a partire dal 1944, istituirono una «zona chiusa» con divieto di transito e soggiorno in una fascia di confine della profondità di tre chilometri. I riflessi di questa decisione si fecero sentire nella Valle di Muggio: gli alpeggi dovettero essere abbandonati; Erbonne, in territorio italiano ma abitata da svizzeri, fu occupata dalla Wehrmacht che costrinse all’esodo le famiglie ticinesi, con le loro masserizie, i loro mobili e il loro bestiame. Tutte dovettero traversare quel confine che, per quei montanari, non era mai esistito.

L’occupazione della frontiera non fermò il flusso dei rifugiati. Condotta in condizioni difficili, sempre sotto il terrore della cattura, guidata da passatori esperti ma voraci, la fuga degli italiani verso la Svizzera si concludeva colla vista di una divisa di foggia simile a quella tedesca. La tredicenne Liliana Segre, che avrebbe visto l’orrore di Auschwitz e la morte dei suoi famigliari, ricorda così l’arrivo in Svizzera, ad Arzo, nel Mendrisiotto: «Ci inoltrammo nel bosco che era in piedi di questa terra di nessuno ed eravamo sicuramente entrati in Svizzera. A quel punto, nel fitto del bosco, ecco che tra le frasche io vidi un soldato e avvertii mio papà senza parlare perché dall’uniforme ci sembrava un soldato tedesco; invece mio padre disse: “No, tranquilla: questo è uno svizzero, siamo salvi”». Purtroppo non fu così, perché la famiglia Segre, come molte altre, non fu accolta e fu rispedita in Italia verso il suo tragico destino.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, nel solo Cantone Ticino sorsero circa 150 campi di diversa natura e grandezza, che accolsero migliaia di rifugiati militari e civili appartenenti a svariate nazionalità. La necessità di ospitare una massa di profughi sempre più variegata, diede vita ad un sistema d'internamento flessibile, caratterizzato da campi con finalità distinte: campi di lavoro per i soldati, per gli "estremisti di sinistra" e per gli "emigranti"; campi di smistamento, di quarantena, d'accoglienza, di convalescenza per i rifugiati civili, senza contare le ulteriori suddivisioni determinate dal sesso, dall'età, dalla religione, dall'estrazione sociale e dalle condizioni di salute dei rifugiati.

L’economia di guerra

Dal 1939 comparve una nuova voce nell’amministrazione del Canton Ticino: «economia di guerra». Scorte, razionamento, tessere alimentari e tagliandi regolarono da allora il rifornimento quotidiano di famiglia, ristorazioni collettive e imprese. Ogni municipio fu costretto a nominare un ufficio comunale di «economia di guerra», per l’applicazione locale delle leggi federali. Questo ufficio regolava la distribuzione delle speciali tessere per l’acquisto una tantum di derrate alimentari.

In Ticino, come in tutta la Svizzera, fu applicato il «piano Wahlen» che prevedeva l’incremento delle superfici coltivabili con la conquista progressiva di terreni agricoli. Malgrado lo sforzo, il piano Wahlen si mostrò inadeguato per nutrire il cantone, anche a causa della chiusura – a partire dall’entrata in guerra dell’Italia nel 1940 – dell’unico sbocco internazionale che rimaneva alla Svizzera. L’autarchia economica e commerciale posteriore al 1940 strangolò le imprese di spedizioni di Chiasso che, molte, dovettero chiudere.

A soccorrere la popolazione ticinese rimase il contrabbando che raggiunse livelli al di fuori del comune: furono quelli gli «anni del riso». Centinaia di contrabbandieri portavano in Svizzera generi alimentari di prima necessità. Nei mesi iniziali del 1945 furono ben 707 i passatori intercettati nella sola Valle di Muggio.

Storiografia

La storiografia svizzera sulla Seconda guerra mondiale è molto ricca. Negli ultimi anni del XX secolo, il dibattito sul ruolo della Svizzera durante il conflitto fu alla base della redazione del Rapporto Bergier (“La Svizzera, il nazionalsocialismo e la seconda guerra mondiale”, Dadò, 2002) reperibile anche all’indirizzo http://www.uek.ch/it/index.htm. Questo testo rappresenta un buon inizio per qualunque ricerca sull’argomento.

Per quanto riguarda la situazione ticinese si rinvia alle seguenti fonti (a cui si è attinto per la redazione di questo testo): il Dizionario storico della Svizzera consultabile all’indirizzo http://www.dss.ch; il capitolo “La seconda guerra mondiale: ombre e luci” di Marino Viganò presente nel volume curato da Raffaello Ceschi “La storia del Canton Ticino. Il Novecento” (Casagrande, 1998); i volumi di Renata Broggini “Terra d’asilo” (Il Mulino, 1993) e “La frontiera della Speranza” (Mondadori, 1998).

Per chi volesse avvicinare allievi più giovani al periodo della Seconda guerra mondiale e al tema della fuga degli ebrei in Svizzera si invita alla lettura del romanzo di Lia Levi “Una valle piena di stelle” (Mondadori, 2002) ambientato, tra l’altro, nella Valle di Muggio.

Scarica in allegato una guida alla lettura del romanzo di Lia Levi con esercizi didattici

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Lia Levi, Una valle piena di stelle HOT

La storia della fuga clandestina di una famiglia ebrea nell’Italia delle leggi razziali: un libro e insieme una testimonianza storica. Raccontato dal punto di vista di una ragazza di tredici anni, può essere proposto già in prima media per l’approfondimento di temi quali: antisemitismo, leggi razziali, Seconda Guerra Mondiale, rifugiati politici, persecuzioni ed espatrio (anche al di là del momento storico specifico). È un libro “al femminile”, perciò va valutato se può piacere a tutta la classe.

Date 24-06-2012 File Size 643.65 KB Download 6.455 Download
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Atis - Informazioni generali

L'Atis, Associazione ticinese insegnanti di storia, è nata il 2 ottobre 2003 con l'obiettivo di riunire i docenti di storia della Svizzera italiana di tutti i gradi di scuola.

L'Associazione promuove la riflessione e il dibattito sull'insegnamento della storia e sulle diverse correnti storiografiche.

Difende la professionalità dell'insegnante di storia nell'ambito di una scuola sempre più messa sotto pressione dalle esigenze di una società dominata dalle leggi del rendimento economico.

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